Tous les textes du philosophe Daniel Bensaïd.

Daniel Bensaïd

septembre 2009

Il ritorno del problema “politico”

Una riflessione sulla crisi della politica, la crisi del contenuto, cioè dei programmi e dei progetti, e la crisi delle pratiche militanti. Mentre emergono nuove questioni di fondo, come la crisi ecologica, l’intreccio di queste crisi pone la questione di come combinare ruolo del partito politico, funzione dei sindacati e ruolo dei movimenti sociali.

Actuel Marx : Mentre la sinistra europea appariva saldamente ancorata a una divisione del lavoro tra partiti e sindacati, gli ultimi venti anni hanno assistito allo sviluppo di movimenti sociali che cercavano volutamente di affermare la propria autonomia e radicalità, in risposta all’indebolirsi della sinistra tradizionale di fronte all’ascesa del neoliberismo. A venti anni di distanza, che diagnosi è possibile fare di queste forme di lotta collettiva ? Vanno considerate elementi di frammentazione, o forze di pressione sui partiti o i sindacati, o come fattori di ricomposizione ?

Daniel Bensaïd : Il fiorire di varie associazioni probabilmente corrisponde a una tendenza di fondo e a un fenomeno congiunturale al tempo stesso. La prima tendenza è quella della crescente complessità delle società contemporanee e della pluralità dei terreni sociali : contraddizioni molteplici e forme di espressione dei soggetti si rivelano, così, irriducibili alle grandi sintesi a priori e all’assorbimento entro un grande soggetto storico unificante. Il fenomeno più congiunturale dipende dalla perdita di legittimità dei partiti e dei sindacati modellati sullo stampo dello Stato assistenziale. Questi non sono stati in grado di rispondere al ridispiegarsi delle forme di resistenza alla controriforma liberista. I sindacati avevano ridotto la propria funzione alla contrattazione del rapporto capitale-lavoro all’interno della fabbrica o del settore produttivo, mentre l’esaurirsi del compromesso fordista e il decentramento industriale costringono a reinvestire le pratiche territoriali.

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Atelier Formes Vives

Probabilmente, alcune forme di organizzazione autonoma costituiranno delle componenti stabili di un movimento sociale proteiforme che scavalca ampiamente la funzione sindacale di contrattazione della forza lavoro, a meno che i sindacati non riprendano le pratiche originarie del sindacalismo delle Borse del lavoro. Si è infatti verificato che le grandi centrali sindacali tendono a stabilire una gerarchia di obbiettivi e a relativizzare talune rivendicazioni di cui si occupano con maggiore attenzione organizzazioni specifiche, ad esempio : i comitati di disoccupati, i collettivi degli immigrati irregolari, o le associazioni per il diritto alla casa. È il caso, in particolare, della Francia, dove è organizzato sindacalmente meno del 10% della forza lavoro (5% nel settore privato !). Sarebbe imprudente, dunque, dedurne conclusioni troppo generalizzate. Anche perché la domanda rivoltami tende a mettere insieme cose abbastanza diverse.

Droit au logement, Act Up o AC ! sono associazioni che lottano su un tema specifico, e i coordinamenti o i comitati di sciopero sono organismi di mobilitazione tanto più necessari in quanto in Francia è debole la rappresentanza sindacale. Ma sono anche forme molto fluttuanti. Nelle recenti lotte, il fenomeno dei coordinamenti è stato meno frequente e meno spettacolare che non agli inizi degli anni 90 negli scioperi delle infermiere e dei ferrovieri, quasi che, di fronte alla brutalità della crisi, le centrali sindacali abbiano ripreso le forze.

Actuel Marx : Mentre la questione della forma-partito suscitava scarso dibattito negli ultimi decenni, oggi sembra tornare d’attualità. Come spiegarlo ? È l’effetto di una crisi dei partiti esistenti : crisi della rappresentanza politica in generale, esaurimento del principio delle divisioni settarie della sinistra del XX secolo ? È il sintomo di una crisi dell’articolazione sindacati/partiti, o dei vicoli ciechi dell’alternativa movimentista ? È, più in generale, l’effetto di una carenza strategica della sinistra di fronte al neoliberismo e alla sua crisi ?

Daniel Bensaïd : Non mi piace il cliché sulla crisi della forma-partito, che nasconde troppo disinvoltamente problemi distinti tra loro. Se crisi c’è, è in primo luogo quella della stessa politica o, se si preferisce, della rappresentanza democratica, di cui il disimpegno settario può essere una conseguenza. È poi quella del contenuto (dei programmi, dei progetti) prima ancora di essere quella della forma, e questa crisi manifesta l’incapacità di partiti che erano stati i leali amministratori dello Stato del benessere di affrontare la controriforma liberista avviata agli inizi degli anni ‘80. È, infine, quella della ridefinizione delle pratiche militanti, animate da una nuova esigenza democratica e culturale in rapporto alle trasformazioni sociali, con l’emergere di nuove questioni di fondo, come la crisi ecologica, e con l’impiego di nuovi strumenti di comunicazione, che infrangono il monopolio dell’informazione di cui si nutrivano i principali apparati burocratici.

Detto questo, sarebbe semplicistico contrapporre una cultura decentrata, reticolare, alle forme sindacali o partitiche centralizzate calcate su una certa immagine dello Stato. Si verifica che il discorso sulle reti e la fluidità è anch’esso calcato sulla società liquida di un capitalismo liberista, che coniuga comunque efficacemente accentramento e decentramento, come illustrato magnificamente dall’organizzazione di Wall Mart [multinazionale americana, proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio]. Il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione sovietica hanno segnato la fine di una lunga sequenza storica e l’avvio di una nuova che costringe tutti gli attori, politici e sociali, a ridefinirsi. Donde la moda del “ri-” (rinnovamento, rifondazione, ricostruzione, ecc.).

In un primo tempo, come accade dopo grandi sconfitte (come è avvenuto negli anni ‘30 dell’Ottocento sotto la Restaurazione), si crea quello che io chiamo un momento utopico, un momento di fermento, di sperimentazione, un momento in cui si procede a tentoni. È quanto è accaduto alla fin degli anni ‘90-inizio decennio, in particolare nel movimento altermondialista : un’effervescenza utopica indispensabile, ma accompagnata da un discorso semplificatore che contrappone il “buon” movimento sociale alla “sporca” politica. Questo è cominciato a cambiare da qualche anno : c’è stato uno scatto, e questo cambiamento si accelera con la crisi. La presunzione di autosufficienza dei movimenti sociali (prestata loro da taluni sociologi, più di quel che non l’abbiano teorizzata essi stessi) mostra i suoi limiti. Il problema politico si ripresenta con forza e, con questo, un certo gusto per il ritorno all’impegno, compreso nelle forme partitiche.

Actuel Marx : Come si dovrebbero articolare oggi le formazioni distinte della sinistra, le forze sindacali e i movimenti ? Come ridefinire il tipo di intervento specifico di queste varie forze, ad esempio nei campi in cui intervengono insieme : il lavoro salariato, i servizi pubblici, contro le discriminazioni ? Come pensare questa articolazione in una prospettiva di convergenza e di complementarità ?

Daniel Bensaïd : Emerge sempre più chiaramente l’artificiosità di una forma di divisione del lavoro tra ciò che riguarderebbe il sociale e ciò che spetterebbe alla politica.

I movimenti sociali, chiaramente, producono politica, nel senso buono del termine : quando il movimento degli immigrati “clandestini” costringe a rivedere la cittadinanza e i rapporti tra il nativo e lo straniero ; quando i movimenti dei disoccupati costringono a ripensare il rapporto salariale ; quando le associazioni di malati o di ricercatori rimettono in discussione lo statuto della scienza e della specializzazione ; evidentemente, quando il movimento delle donne contesta la divisione del lavoro e dei ruoli sociali ; ecc. Reciprocamente, i partiti, se non si limitano ad essere delle macchine elettorali, si alimentano di queste esperienze, le inseriscono nella prospettiva della durata e, di ritorno, “irrigano” le lotte sociali di tentativi di intese programmatiche.

Tra movimenti sociali e partiti vi è, quindi, una differenza, non di natura ma di funzione. Il loro rapporto può basarsi sulla percezione chiara di questa differenza e sul rispetto reciproco della loro indipendenza. Questo, in pratica, si valuta in base alla capacità dei militanti dei partiti (che non sono strani zombi ed estranei ai movimenti sociali, ma a loro volta lavoratori, donne, inquilini, malati, iscritti al sindacato…) di articolare proposte, nel rispetto dell’autonomia e delle norme democratiche dei movimenti ai quali partecipano.

Quanto all’ articolazione tra partiti e sindacati, dipende in larga misura dalla storia dei paesi interessati. La Carta di Amiens, ad esempio, è una specificità piuttosto francese, che la cultura britannica comprende poco. Di recente, l’esperienza del Lkp di Guadalupe, o del movimento del 5 febbraio in Martinica, hanno dimostrato come raccogliersi entro lo stesso quadro unitario di sindacati, associazioni, partiti possa costituire un’arma efficace e temibile.

Actuel Marx : Quali sono, secondo lei, gli ostacoli principali per un’articolazione del genere all’interno di un progetto di radicale trasformazione sociale ? E in quali forme li si potrebbero superare ?

Daniel Bensaïd : Gli ostacoli sono di varia natura. Il primo è sicuramente la divisione alimentata dalla logica di concorrenza del capitale, che contrappone i lavoratori tra loro, personalizza le condizioni, i redditi, gli orari di lavoro ; che atomizza i collettivi, contrappone al pubblico il privato, gli utenti agli scioperanti, i nativi agli immigrati, ecc.

L’altro ostacolo, e non il minore, è quello che la domanda suppone risolto, vale a dire che esista un progetto condiviso di “radicale trasformazione sociale”. Siamo ben lungi. E non per incoerenza o cattiva volontà di questo o quell’apparato, ma a causa degli effetti dell’alienazione del lavoro, del feticismo delle merci, del circolo vizioso della dominazione. Accade che il circolo possa essere spezzato, come accade che si interrompa la routine delle “opere e dei giorni”, ma avviene in situazioni particolari, situazioni di crisi sociale e politica. Il tempo politico, infatti, non è quello lineare, “omogeneo e vuoto” delle Penelopi elettorali ; è un tempo spezzato, discontinuo, scandito da difficoltà.

Si tratta di predisporsi a queste situazioni in tanti modi, o su vari piani, simultaneamente. A livello partitico, memorizzando e sintetizzando le esperienze più feconde, lavorando giorno per giorno perché le idee ricavate da queste esperienze facciano strada. Nei sindacati e nelle associazioni, contendendo ogni giorno il terreno alle inerzie e agli interessi d’apparato, modificando i rapporti di forza al loro interno. Nelle lotte, favorendo, per quel che è possibile, l’emergere di forme unitarie e democratiche di auto-organizzazione e di autogestione.

Actuel Marx : Per sfidare la centralità del capitalismo, questa articolazione dovrebbe basarsi esclusivamente sulla pari dignità di tutte le lotte contro il predominio e lo sfruttamento ? Potrebbe anche ammettere criteri di introduzione di un gerarchia pratica ?

Daniel Bensaïd : Ammettere una gerarchia delle pratiche equivarrebbe a tornare all’idea di una “contraddizione principale” (i rapporti di classe), cui sarebbero subordinati problemi presunti secondari (il problema ecologico o quello femminista, le discriminazioni razziali…). Si può – si deve – viceversa partire da quella che lei chiama “la pari dignità delle lotte”, senza con ciò rassegnarsi al fatto che la loro pluralità si traduca nella loro frammentazione. Il grande elemento unificante è il predominio sistemico dello stesso capitale. È questo che spiega come mai movimenti diversi come sindacati dell’industria, movimenti femministi, associazioni culturali, movimenti ecologisti, movimenti indigeni, sindacati contadini e tanti altri ancora, siano riusciti così facilmente a raccogliersi insieme nei forum sociali.

Senza che ci sia bisogno di parlare di gerarchia, si può tuttavia constatare come i diversi campi sociali non abbiano lo stesso ruolo. Lo stesso Bourdieu riconosce come il campo economico non abbia lo stesso peso di quello mediatico o di quello scolastico. Si può anche constatare come alcuni movimenti (ad esempio il movimento antiguerra) siano più intermittenti di altri (il movimento sindacale). Si tratta di differenze rivelatrici di un’articolazione “sovradeterminata” dal predominio impersonale e sistemico del capitale, cosicché i rapporti di classe e di genere costituiscono sicuramente le due principali diagonali intorno a cui possono raccogliersi in modo non gerarchico le diverse resistenze.

Erre n° 37, 2010
www.danielbensaid.org

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